Sono ormai lontani i tempi in cui si riteneva, con fondatezza e un certo punto di orgoglio, che la Toscana godesse di “un di più”, come modello di crescita. Da un lato, per quel qualcosa di congenito insito nelle sue tradizioni artigianali e manifatturiere, da un altro per aver saputo dar vita e forma ad un originale modello di industrializzazione leggera, fondato su piccole e piccolissime imprese, adottando e sviluppando sapientemente i canoni del distretto industriale e della flessibilità produttiva.L’attaccamento alla sua identità manifatturiera tradizionale rimane forte in Toscana, nonostante che da alcune parti si sostenga che per un’economia avanzata mantenere un’alta quota di manufacturing oggi può costituire una penalizzazione di fronte all’irrompere sulla scena mondiale di grandi paesi con enormi capacità manifatturiere ed avvantaggiati da bassi costi della manodopera.
La rapida ascesa negli anni 1960 allo status di regione industriale è stata il frutto del successo conseguito dalla Toscana adottando un modello di specializzazione produttiva in beni per la persona e per la casa (tessili, abbigliamento, calzature, pelletterie, mobili, articoli di arredamento) dove è riuscita ad esprimere al meglio le sue vocazioni e competenze.
Questo tipo di impianto del sistema industriale toscano da alcuni anni sta vacillando di fronte alle profonde trasformazioni in atto nell’architettura e nel funzionamento dell’economia e dell’industria a livello mondiale.
Con la caduta del muro di Berlino nel 1989, il processo di liberalizzazione delle economie e dei mercati ha assunto un ritmo molto sostenuto ed interessato un crescente numero di paesi in tutte le parti del globo. La nuova ondata di internazionalizzazione non ha portato solo ad un aumento significativo dei volumi del commercio estero di materie prime, prodotti e servizi, come era già accaduto in epoche passate. Il fatto veramente nuovo è che ha dato vita e consistenza ad un vasto processo di integrazione economica e produttiva su scala globale (globalizzazione), con un sostanziale cambiamento nei paradigmi della divisione internazionale del lavoro.Le forze trainanti della globalizzazione sono di natura diversa e molto intrusive, essendo costituite da investimenti produttivi esteri, movimenti a breve di masse di capitali esteri, trasferimenti di tecnologie, processi di delocalizzazione all’estero e di outsourcing internazionale.
Si tratta di fenomeni dove i paesi avanzati, le loro imprese ed i loro investitori istituzionali giocano un ruolo importante, sospinti come sono dall’esigenza e dall’interesse di trovare un confacente riposizionamento nel nuovo scacchiere economico mondiale.
Per un’economia nazionale, così come per un’economia regionale, diventa pertanto fondamentale evolvere da una posizione in cui poteva essere sufficiente contare su una buona apertura internazionale ad una in cui occorre possedere una capacità di integrazione nell’economia mondiale. Saper governare con lucidità, coerenza e lungimiranza questo passaggio diventa essenziale per essere competitivi e godere di una nuova capacità di crescita, evitando di dover subire i costi della globalizzazione e non anche sfruttare le nuove opportunità che indubbiamente dischiudono.Non è ancora disponibile un “
bilancio della globalizzazione”, dal punto di vista della Toscana, ma ciò a cui stiamo assistendo evidenzia che esistono difficoltà e lentezze nel processo di adattamento alla nuova spinta dinamica dell’economia mondiale.Accanto ad un fenomeno di “declino”, documentato dalla contrazione della produzione, dell’occupazione manifatturiera e delle esportazioni, la Toscana accusa un fenomeno di“ritardo”, ovvero di scarsa presenza di quei tipi di industrie a più alto contenuto tecnologico e immateriale che oggi caratterizzano e danno tono alle economie avanzate, sostenendo la loro competitività nell’agone internazionale. La Toscana soffre, più di altre regioni del plotone di punta, di criticità sull’uno e sull’altro fronte che vanno viste e affrontate come problemi diversi non solo perché ciascuno ha cause ed un contesto suo proprio, ma anche perché i rimedi da inventare e le polices da adottare hanno natura, technicalities e tempi tra di loro molto diversi. In un caso, quello del“declino”, si tratta di contrastare a breve processi di contrazione dei settori tipici che compongonoil made in Tuscany. Nell’altro, quello del “ritardo”, si tratta invece di mettere in moto appropriate “macchine” di ricerca e innovazione per sostenere nel tempo la creazionee il potenziamento delle nuove industrie knowledge-based, capaci di rimediare al “deficitdi innovazione e diversificazione” che accusiamo. Riuscire a capire il senso e la rilevanza di queste diversità di problemi della Toscana industriale, e quindi l’importanza di approccidiversi alla loro soluzione, costituisce un passaggio obbligato se si vuole dare corpo ecoerenza a linee di intervento. Nei limiti di questa nota questi “due futuri” della Toscana industriale verranno tratteggiati nella loro essenza, rinviando ad altre sedi i necessari approfondimenti.
Quando si guarda ad un sistema industriale dal lato degli aspetti macro occorreinnanzitutto ricordare che i relativi connotati strutturali (specializzazioni produttive, regimiproprietari e dimensioni delle imprese, localizzazioni, ecc.) sono destinati a perdurare neltempo e non sono facilmente modificabili. La conseguenza è che la Toscana di fatto èdestinata a convivere ancora a lungo con un’industria che in molte sue parti presentacaratteri settoriali, strutturali e imprenditoriali che sono unanimemente ritenuti inadeguati per fronteggiare la nuova concorrenza globale.
La sfida intellettuale e politica in questa fase storica della Toscana industriale è pertanto quella di mettere prioritariamente e prontamente in atto adeguate misure di contrasto del “rischio declino”, proprio partendo dal mondo dei “piccoli”, dove abbiamo accumulatopatrimoni di conoscenze, competenze, expertises e avviamenti di immagine che non possiamo disperdere. Non salvaguardare attivamente questi patrimoni significherebbe rinunciare ad una tradizionale e consolidata fonte di vantaggio comparato. È un lusso questo che non possiamo permetterci, tra l’altro perché va a rilento il processo di acquisizione di nuovi e più sicuri punti di forza in campi diversi da quelli tradizionali.
La consapevolezza del fatto che non possiamo fare a meno, per ragioni economiche, occupazionali e sociali, di tutto ciò che costituisce tuttora l’asse portante dell’industria regionale, il cosiddetto made in Tuscany, non può peraltro giustificare forme assistenzialistiche o protezionistiche, destinate ad essere inefficaci, ancorché comprensibili come puro calcolo politico.Le imprese toscane hanno fatto quello che potevano fare per “
arrangiarsi”, ma nelnuovo scenario competitivo la politica dell’arrangiamento non è più sufficiente, anche per una pura sopravvivenza sul mercato. Ora si tratta di non farsi illusioni sulla temporaneità della crisi, di mirare al “cuore” dei problemi, di compiere scelte strategiche impegnative e prendere decisioni coerenti.
Va da sé che non è facile concepire e realizzare una efficace politica di rinnovamento e rafforzamento del tessuto produttivo regionale, nei tempi e nelle forme che si impongono, riguardando essa un’ampia serie di ambiti diversi. Comunque, per evitare inutili e dannose dispersioni degli interventi la prima esigenza è quella di avere una trama strategica d’insieme e darsi priorità su cui lavorare.
C’è innanzitutto da ricordare che alla base del sistema produttivo regionale abbiamo un patrimonio di competenze manuali di “saper fare”, addensate nel tessuto artigianale, che è fonte di assoluta distintività dei manufatti toscani (per qualità, originalità, perfezione esecutiva, accuratezza delle rifiniture, ecc.). Questo patrimonio è sottoposto a seri rischi di esaurimento. Si stanno infatti inaridendo le fonti di rigenerazione e trasmissione di questo “sapere tacito” con il venir meno dell’interesse delle giovani generazioni ad apprendere mestieri che si ritengono superati, non più gratificanti e inadatti al livello di scolarità conseguito.
Riabilitare, rilanciare e rigenerare i mestieri artigianali è un obiettivo prioritario dell’agenda Toscana che va perseguito con interventi nuovi, andando oltre la routine dei corsi di formazione professionale.
Si tratta più precisamente di invertire un processo di emarginazione e sparizione dei lavori artigianali tipici, ponendo in essere una specifica “politica dei mestieri artigianali”, con interventi mirati sulle varie criticità presenti ai fini del coinvolgimento, l’inserimento e il training di giovani leve. In questa politica di rilancio dell’artigianato manifatturiero di qualità un contributo innovativo può derivare dall’impiego delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per consentire la codificazione, la rappresentazione e la memorizzazione dei saperi taciti.
La digitalizzazione può servire per ritenere le cognizione tecniche che sono a fondamento delle diverse mansioni, e quindi formare “librerie di saperi codificati”, da utilizzare ai fini del completo coinvolgimento sensoriale e motorio degli individui, nel loro processo di apprendimento dell’atto del fare, con riferimento ad uno specifico ambito produttivo. Suquesto fronte sono già in atto interessanti esperimenti di “
intelligence heritage”, nell’ambitodel network europeo Enactive, coordinato dal laboratorio PERCRO della Scuola Superiore Sant’Anna, a cui partecipano venticinque centri di ricerca di vari paesi della U.E.. L’obiettivo è di realizzare, con l’ausilio delle tecnologie digitali e multimediali, strumenti utili non solo all’innovazione dei sistemi produttivi e formativi, ma anche alla memorizzazione del patrimonio cognitivo, per valorizzarlo anche a fini turistici e culturali. Il mantenimento di un vitale e dinamico artigianato manifatturiero è un’esigenza che deriva non soltanto dalla rilevanza che il settore di per sé presenta sotto il profilo economico e occupazionale, ma anche in virtù del suo ruolo di “pilastro” dell’impalcatura industriale tipica Toscana. Le imprese produttrici di beni finali sono infatti strutturalmente aperte e vincolate a reti di fornitori e sub-fornitori di componenti, parti e lavorazioni che si sono formate al loro intorno, come parti costituenti di sistemi produttivi verticalmente disintegrati.Il richiamo a questa specifica realtà strutturale e funzionale del sistema produttivo toscano è particolarmente opportuno in una fase di forte tensione concorrenziale che può compromettere l’integrità e la vitalità del tessuto artigianale, e quindi il “cuore manifatturiero” dei distretti industriali.
La salvaguardia e la rivitalizzazione dei prodotti toscani nella loro distintività, attraverso la componente artigianale, costituiscono una prima tappa di un disegno di politica industriale più ampio.
Troppo di frequente si pensa alla “qualità ed all’innovatività dei prodotti” come ad un fatto a sé stante, un obiettivo facile da perseguire; in effetti, oggi conta anche ed in molti casi soprattutto la “qualità delle imprese” che li inventano, realizzano e lanciano sul mercato. E oggi la “qualità delle imprese” rileva decisamente di più che per il passato, a causa di un innalzamento del livello della concorrenza, del contenuto di innovatività dei prodotti e dell’internazionalizzazione.
Sotto questo profilo la Toscana ha molto da fare.
Per poter riprendere un cammino di crescita è giocoforza attuare confacenti interventi di riprogettazione delle imprese, se si vogliono fronteggiare seriamente i rischi ed i pericoli di declino industriale che abbiamo di fronte. Occorre in sostanza reinventare e rimodulare un sistema delle imprese concepito e realizzato in un contesto di riferimento, quello degli anni 1960 e 1970, nettamente diverso dall’attuale, assumendo coscienza del fatto che anche i modelli di impresa come i prodotti invecchiano e vanno aggiornati e rinnovati.
La frammentazione imprenditoriale della Toscana non ha l’eguale nell’ambito delle regioni italiane con maggiori tradizioni industriali (Nord Ovest) ed anche di quelle (Nord Est) con un modello industriale più giovane, maggiormente similare al nostro.
Non ci sono ragioni plausibili e risultanze empiriche che indichino che i cosiddetti settori tradizionali, che costituiscono il core business dell’industria toscana, siano destinati irrimediabilmente a declinare. Anche in un mondo globale i beni di consumo finale del made in Tuscany potranno contare su mercati importanti e crescenti. Di certo però, in un’economia fortemente dinamica e interconnessa su scala globale, potranno avere un futuro soltanto i prodotti toscani di alta qualità e creatività, mentre la sopravvivenza non sarà più consentita alle imprese che non sapranno ristrutturarsi, riorganizzarsi e riqualificarsi convenientemente.Per un’impresa localizzata in una regione avanzata qual è la Toscana rimanere attestata su un
business model in cui è la produzione l’asse portante della catena del valore, mentre sono assenti o carenti le fasi a monte (ricerca, innovazione, design, progettazione, ecc.) e le fasi a valle (marketing operativo, reti di vendita, contatti e servizi alla clientela, ecc.) è una scelta assolutamente perdente.Il vero problema della Toscana è che ci si è basati troppo a lungo, come asse portante della competitività, sulla organizzazione della filiera produttiva, sfruttando al massimo le proprietà del distretto industriale per contenere i costi ed aumentare la flessibilità produttiva. Per converso, si è operato poco e male per l’organizzazione delle imprese. La conseguenza è che oggi ci troviamo con “grandi distretti” e “piccole imprese” in una fase in cui, oltre che saper produrre a costi bassi ed essere flessibili, occorre anche disporre dei mezzi e delle competenze per attuare una sistematica politica di innovazione di prodotto e sviluppare strutture e politiche di collegamento e interconnessione a valle con i distributori ed i consumatori.
Non si tratta di campi di attività alla portata delle comuni, più tradizionali, microimprese che popolano i nostri distretti, ma accessibili soltanto alle imprese che sono capaci di strutturarsi per uscire da una pura dimensione di unità di produzione.
In questo quadro, la crescita dimensionale -soprattutto per vie esterne, tramite accorpamenti, fusioni e integrazioni tra imprese- viene a costituire una pre-condizione fondamentale per un disegno strategico di cambiamento del sistema industriale toscano. Solo le imprese che hanno certe dimensioni ed una struttura organizzativa adeguata riescono infatti a dotarsi di competenze qualificate, compiere investimenti in innovazione e marketing, ed esprimere una propria capacità di introduzione e presenza sui mercati internazionali.
Non si tratta di prendere posizione pro o contro le piccole imprese ma di riconoscere consapevolmente che mentre prima, in un contesto competitivo favorevole, il “collettivodistrettuale” come tale poteva vincere, oggi ci vogliono al suo fianco, come sua parte integrante e sinergica, imprese che siano strutturalmente idonee a crescere e competere sul mercato globale.Far crescere dimensionalmente le imprese e favorire la nascita, con opportuni interventi di policy, di “imprese guida” non significa mettere a rischio il “capitale sociale” dei distretti. Piuttosto è una via da seguire per consentire la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio distrettuale attraverso imprese che sappiano mettere in atto politiche di innovazione e politiche di marketing e comunicazione che non rientrano nelle facoltà né del ‘collettivo distrettuale’, né delle micro-imprese che ne fanno parte.
La formula distrettuale della suddivisione del lavoro tra varie tipologie di piccole imprese, specializzate per singole fasi, mentre è stato un fattore vincente per l’organizzazione efficiente e flessibile della produzione, denuncia evidenti limiti nella sua applicabilità ai processi di innovazione, di marketing-distribuzione e di internazionalizzazione, per il semplice motivo che non sono tecnicamente frazionabili per fasi tra diverse piccole imprese distrettuali. Per questo, se si vogliono attivare tali processi che concorrono a formare e alimentare il “patrimonio immateriale”, che è cruciale per la competitività, è necessario puntare su dimensioni aziendali decisamente più elevate di quelle prevalenti e su imprese adeguatamente strutturate.
La stessa delocalizzazione produttiva verso paesi con bassi costi del lavoro -dall’Europa dell’Est ai paesi del Nord Africa, per non parlare della Cina, dell’India e di altri paesi asiatici- può assumere valenze diverse a seconda dell’impresa che la pone in essere.
Nell’ambito dei distretti le operazioni di delocalizzazione e outsourcing sono di frequente praticate da parte di imprese che mirano a ricercare al di fuori temporanei risparmi nei costi di produzione, mettendo anche a rischio la loro flessibilità ed elasticità nell’adattarsi al mercato. Si tratta a mio giudizio di espedienti con scarse possibilità di successo nel tempo mentre possono procurare facili arricchimenti a breve considerate le enormi differenze tra prezzi di acquisto e prezzi di rivendita dei prodotti provenienti da paesi terzi.
Di fatto soltanto le imprese strutturate e con dimensioni adeguate stanno dimostrando di poter utilizzare, in modo appropriato e con benefici non limitati e transeunti, le opportunità dell’internazionalizzazione produttiva e commerciale. Si tratta delle imprese medie e medio-grandi che avendo un business model, già adattato all’era neo-industriale, puntano a risparmiare per poter contenere i costi, non come obiettivo, ma come strumento per avere margini operativi più alti e quindi maggiori risorse da investire nell’innovazione. Per un rafforzamento della loro brand image. Queste imprese hanno superato la fase della dipendenza dal made in Italy o dal made in Tuscany, come fatto distintivo unico dei loro prodotti. Di fatto esse dispongono di marchi forti e riconosciuti, tali da non compromettere la percezione di qualità e di immagine dei loro prodotti, anche se parzialmente fabbricati fuori dall’Italia o dalla Toscana.
Da parte di queste imprese la delocalizzazione e l’outsourcing dall’estero riguardano essenzialmente tipologie di componenti e lavorazioni ad alto contenuto di manodopera e standardizzate, per cui il rischio di un depauperamento del tessuto manifatturiero e artigianale locale può essere limitato e contenuto, anche se va messo nel conto. È un rischio che può essere contenuto solo se la Toscana si attrezza per spostare decisamente la sua capacità di concorrenza sulla qualità e sulla creatività, accettando conseguentemente, per la concorrenza sui costi, di far ricorso a nuovi paesi, capaci di contribuire a conseguirla.
La Toscana è largamente sottodotata in fatto di imprese medie, strutturate secondo il modello prima tratteggiato. E questo costituisce un grave handicap nel quadro della crescente integrazione globale dell’economia, dell’industria, dei servizi e dei mercati.
Ne deriva che gli interventi di policy dovrebbero essere prioritariamente indirizzati al rafforzamento strutturale e dimensionale delle imprese, quale pre-condizione fondamentale per una loro rivitalizzazione innovativa, organizzativa, manageriale e competitiva. Fermo restando quanto fin qui prospettato, come ambito prioritario di interventi, va da sé che il futuro industriale della Toscana non può comunque essere affidato soltanto ai settori tradizionali e alla popolazione distrettuale di microimprese, cioè alle parti più esposte al rischio di un declino. Per rispondere con mezzi adeguati alle sfide del terzo millennio, la Toscana non può rinunciare a mettere in atto azioni mirate per quella transizione ad una economia fondata sulla conoscenza, ben evidenziata dall’agenda Lisbona della Comunità Europea, che in Italia ed in Toscana sta procedendo troppo lentamente, tra molte difficoltà e senza il necessario convincimento dei policy makers.
Dotarsi di un piano strategico di transizione all’economia neo-industriale rappresenta un atto di lungimiranza politica che trova solido fondamento nel fatto che la Toscana, più di altre regioni, ha la possibilità di farne un effettivo strumento di governo della sua futura crescita economica e sociale.
Di frequente purtroppo si ha l’impressione che non ci siano in Toscana ancora le sensibilità giuste per capire dove sta il suo ‘futuro diverso’, per cui manca la tensione necessaria per sviluppare e creare le aggregazioni di consensi e risorse che servono. Eppure la Toscana ha le carte per giocare questa partita. Essa gode dell’indubbio vantaggio comparato costituito da una ricca e articolata rete di risorse intangibili, che costituiscono il nerbo della società neo-industriale (centri di ricerca di eccellenza, istituti di alta formazione, elevata qualità della vita, un patrimonio artistico e museale di assoluta rilevanza mondiale, una immagine positiva in campo internazionale, condizioni climatiche invidiabili ecc.). Si tratta di fattori unanimemente riconosciuti come potenti attrattori non solo di correnti turistiche, ma anche dell’interesse di imprenditori, managers, professionals e giovani talenti, provenienti da vecchi e nuovi paesi, particolarmente sensibili alla qualità e ai caratteri del luogo in cui decidano di lavorare e vivere. In sostanza, la Toscana del futuro dovrebbe guardare anche a flussi immigratori di questa natura, più che rimanere solo terra di destinazione di forze lavoro dequalificate.I paesi e le regioni più dinamiche ed innovative, a livello europeo e internazionale, sonoquelli che riescono ad esprimere una elevata attrazione dall’esterno di imprenditori,professionals, studenti, utenti di servizi avanzati, ecc.. È questo un passaggio obbligato sesi vuole operare nella logica di una economia neo-industriale con forti capacità di induzionedi una crescita autopropulsiva fondata su fattori intangibles.
L’elevata disponibilità di giovani altamente qualificati e specializzati nei nuovi campi delsapere scientifico e tecnologico, formatisi nelle università toscane, è una risorsa strategicaa cui si dovrebbe guardare con maggiore attenzione, ai fini di una relativa valorizzazionenel quadro di una politica neo-industriale. Di fatto oggi è una risorsa largamente inutilizzata e dispersa.
La transizione ad una economia
knowledge-based si realizza non solo formando un maggiore numero di laureati ma anche creando le condizioni per aumentare le opportunità per un loro impiego. I paesi e le regioni più dinamiche e con un maggiore tasso di crescita sono quelle che hanno saputo invertire i processi di fuga dei cervelli e diventare poli di attrazione di talenti da altre aree e da altri paesi, facendo leva su una strategia di spinta qualificazione e innovazione del sistema produttivo, fondandola sulla ricerca, sull’innovazione e sull’internazionalizzazione. La presenza in Toscana di un buon numero di grandi e medie imprese, nazionali ed estere, operanti in settori ad alto e medio-alto contenuto tecnologico, costituisce a sua volta un importante hub da valorizzare per il lancio di un disegno strategico del tipo indicato.
E questo innanzitutto assecondando e sostenendo progetti capaci di consolidare e valorizzare il loro radicamento in Toscana, con nuovi investimenti, nuove linee di attività e incrementi occupazionali.
Il contributo delle grandi imprese presenti in regione potrebbe risultare essenziale anche per sviluppare e potenziare l’humus innovativo utile a far nascere e progredire spin-off e start-ups ad alto contenuto di conoscenza. La capacità di nascita e crescita di queste realtà è infatti fortemente facilitata laddove esistano vicine grandi imprese capaci di fertilizzarecon la loro presenza il business environment e quindi creare tutta una serie di economie esterne per fare sistema e attivare sinergie. È questo un nuovo modo di guardare alfenomeno distrettuale, superando l’idea che solo le piccole e piccolissime imprese possano avvantaggiarsi di una loro localizzazione ravvicinata.
Il messaggio che proviene, in sintesi, dalle riflessioni svolte in questa nota è molto semplice: la Toscana di oggi è fatta di varie e tra di loro diverse realtà territoriali e socioeconomiche:
è una Toscana di Toscane. Ma è altresì un aggregato dinamico, sotto il profiloeconomico-produttivo, in cui il “tradizionale” si sta lentamente trasformando ed il “nuovo” sta nascendo, con la prospettiva di un futuro costituito da più “futuri”. Cercare di accelerare la trasformazione strutturale del tradizionale e nel contempo promuovere e sostenere la creazione del “nuovo” è la grande sfida della Toscana alle soglie del terzo millennio. Si tratta di due fronti di policies che vanno viste sotto il profilo strategico e tecnico nelle loro singolarità, pur dovendo confluire in un’unica coerente politica di rinnovamento e innovazione del sistema produttivo, da concepire ed attivare con il coinvolgimento delle migliori forze culturali, sociali, scientifiche e produttive. È sostanzialmente questo uno dei principali campi in cui il governo regionale dovrà esprimere una sua propria capacità di indirizzo e guida nei prossimi anni, dando sostanza, coerenza e concretezza ad un piano strategico di rilancio e rinnovamento del sistema produttivo.
tratto da www.main.sssup.it