In ogni epoca avviene un paradosso: si invoca con voce concorde il raggiungimento di un obbiettivo, da tutti riconosciuto ineludibile, vantaggioso per la società, eticamente giusto e poi, in modo altrettanto concorde, si opera per allontanarsi dalle finalità perseguite.
È perfino banale dichiarare che il futuro della società stanei giovani, che occorre valorizzarli, investire su di essi, renderli pienamente partecipi delle scelte politiche e sociali che riguardano il loro futuro. Osservazioni di questo tipo vengono sparse a piene mani da educatori, amministratori, manager,sindacalisti, politici: verrebbe da pensare che un accordo così unanime tra coloro che determinano le politiche giovanili avrebbe dovuto produrne di incisive e coerenti. È però evidente che questo non è avvenuto.
Il nostro paese, assai più che altre società sviluppate, soffre di una profonda contraddizione. In un periodo storico nel quale la popolazione giovanile -per ragioni demografiche- ha imboccato una fase di rapido declino, le “prerogative” giovanili (il loro empowerment – se si dovesse abusare dell’inglese) sono nella fase storica più bassa. Intendiamoci, per “prerogative” non intendo riferirmi alla qualità materiale di vita dei giovani. Se si potessero fare confronti puntuali con altri paesi europei (che non sono facili da fare), si vedrebbe che tale qualità materiale è tra le più alte, per possesso di beni, per livello dei consumi, per comodità di vita.
Ma le prerogative delle quali parlo possono meglio essere definite come la capacità di determinare il corso della propria vita, che deriva essenzialmente dall’istruzione acquisita, dall’autonomia economica, dall’influenza nella vita politica, sociale ed economica.
Ebbene, i giovani italiani -rispetto ai loro coetanei europei, anche di paesi come la Spagna- entrano più tardi nella vita attiva, hanno tassi di occupazione più bassi, hanno salari minori, escono dal sistema formativo più lentamente, abbandonano la famiglia di origine ed acquisiscono una piena autonomia economica assai dopo che altrove. Tutto questo fa sì che essi “contino” assai di meno di quanto non avvenga nelle altre società europee; e poiché contano di meno, manca la spinta “politica” ad operare un’inversione di tendenza. Del resto, poiché le società sono flessibili e malleabili, si creano adattamenti istituzionali a questo stato di cose.
Il maggior veicolo di adattamento è costituito dalla famiglia, il vero “ammortizzatore sociale” dei giovani, che attenua e anestetizza la loro situazione di subalternità. Ma è un “ammortizzatore” che perpetua e aggrava le disuguaglianze, poiché è molto efficiente quando la famiglia ha risorse umane,affettive, culturali ed economiche adeguate; è invece inefficiente o inesistente incondizioni opposte.
Il sistema formativo è un’altra istituzione che, ammettendo processi formativi prolungati oltre il ragionevole, attenua la durezza delle code di attesa che si formano per entrare stabilmente nel mercato del lavoro. Il sistema politico nelle sue varie articolazioni ha consentito alla società organizzata -ai lavoratori dipendenti, ai membri delle corporazioni, agli ordini professionali- di conservare difese e protezioni che per lo più si sono ritorte contro le nuove generazioni. E così l’Italia è inceppata nel suo sviluppo.
Comprimere le prerogative dei giovani, rallentare il loro accesso al lavoro, frenare la loro ascesa alle posizioni d’influenza, significa privarsi del loro apporto proprio nelle età in cui essi sono più innovativi, produttivi, mobili, entusiasti. In una fase storica nella quale la risorsa “giovani” si fa più rara, ragione dice che occorre fare ogni sforzo per utilizzarla al massimo. Con politiche che allarghino gli stretti varchi d’ingresso nella vita attiva, che circoscrivano entro limiti ragionevoli la precarietà connessa alla flessibilità, che riattivino i meccanismi di promozione sociale. Che facilitino l’accesso al credito, abbassando le barriere d’ingresso alle professioni e alle nicchie protette della società, ampliando il reclutamento dei giovani in posizioni di responsabilità nelle invecchiate gerarchie della vita politica, economica, sociale, culturale.
Dalla ricerca di Francesca Giovani e Stefania Lorenzini sui giovani della Toscana -una regione che per qualità di vita può ben dirsi assai fortunata- emergono molte conferme alle preoccupazioni qui espresse. Preoccupa, in particolare, che i giovani definiti “conservatori” (non dal punto di vista delle convinzioni politiche, ma da quello delle attitudini alla vita) “giovani per lo più diffidenti nei confronti della popolazione straniera, caratterizzati da una maggiore predisposizione alla staticità e all’inerzia…spaventati dalle difficoltà che dovranno incontrare per diventare adulti”, siano la maggioranza tra gli intervistati. Sprovvisti di ottimismo e di dinamismo, forse un po’ anestetizzati dal sistema familiare, intorpiditi dalla mancanza di stimoli e dalla loro sostanziale subalternità. Forse occorre qualche idea nuova per suonare la sveglia.
Presentazione Massimo Livi Bacci