Industria 2015 testo di “filosofia cambio passo”per tornare a competere con una industria forte e sostenibile

Esce di scena la legge 488 e lascia il posto al credito di imposta per le spese sostenute nel Mezzogiorno in macchinari e attrezzature a partire dal 2007 (e fino al 2013). STOP quindi agli INCENTIVI dati SULLA BASE della PROMESSA di un impegno. RISORSE, sotto forma di sconti fiscali, SOLO A CHI HA MANTENUTO L’IMPEGNO ad investire. Incassato il via libera di Bruxelles per le spese sostenute nel 2007, ora spetta al decreto cosiddetto milleproroghe attivare la procedura.

Con il credito di imposta R&I, le risorse pubbliche vengono finalizzate a rimuovere le cause del vero gap-Italia: ricerca e innovazione. Il credito di imposta, essendo un meccanismo automatico che tocca ogni impresa sul territorio, consente all’intero sistema produttivo di ritrovare la condizione necessaria per competere in Europa e nel mondo: ogni impresa puòportare in detrazione il 10% di quello che ha speso in attività di ricerca industriale e sperimentale nel 2007 e nel 2008. La detrazione, grazie al potenziamento previsto dalla Finanziaria 2008, sale al 40% (contro il precedente 15%) se le spese sono sostenute in collaborazione con le Università. Anche il tetto massimo di spesa sale a 50 mln di euro (contro i 15 mln dello scorso anno). Bruxelles ha autorizzato la misura relativamente alle spese sostenute nel 2007 e nel 2008 l’11 dicembre scorso. E a seguito di tale via libera, il governo ha emanato un decreto interministeriale (Mse+Economia) per rendere operativa tale misura. Assicurata a tutte le imprese la condizione necessaria (ma non sufficiente) per competere (credito imposta R&I), il sostegno pubblico diventa selettivo. Viene premiato chi può eccellere.A fronte di una approfondita analisi sulle cause della perdita di competitività del Paese, il governo ha individuato 5 aree strategiche di innovazione tecnologica per il sistema-Italia (Efficienza energetica, Mobilità sostenibile, Nuove tecnologie per il Made in Italy, Nuove tecnologie della vita e Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali e turistiche) e quindi per aumentare la produttività del Paese e farlo crescere. Ad ogni area corrisponde un Progetto di innovazione industriale (PII) sulla base di una filosofia ribaltata rispetto al passato: ora è la norma che si adatta al Progetto e non viceversa. In altre parole i Progetti di innovazione dispongono di unacassetta degli attrezzi con diverse tipologie di incentivi che di volta in volta possono essereutilizzati a seconda delle necessità dei Progetti: un regime di aiuti a ricerca, sviluppo e innovazione cosiddetto ‘omnibus’ autorizzato dalla Commissione europea il 12 dicembre 2007.I primi tre progetti sono entrati già nel vivo: l’8 febbraio scorso sono stati approvati sia ildecreto di riparto delle risorse, sia i decreti di adozione dei primi due PII (Eff.Energetica eMob.Sostenibile); mentre il 14 febbraio la Conferenza Stato-Regioni ha dato il suo via libera alterzo PII (Nuove Tecn.Made in Italy). E i bandi di gara, che assegneranno le risorse ai progettimigliori delle tre aree saranno emanati entro la fine di marzo (3,17 e 31 marzo). Per gli altri duePII (Tecn. Innovative per i beni e le attività culturali e turistiche; Nuove Tecn.della Vita) sono stati nominati i due Responsabili di progetto rispettivamente il 28 novembre scorso AndreaGranelli e il 22 gennaio Claudio Cavazza. Il governo ha avviato un piano per bonificare le aree industriali ormai abbandonate recuperando la loro vocazione industriale nel pieno rispetto dell’ambiente. In un Paese antropizzato come l’Italia bisogna cambiare il rapporto tra territorio e industria. Il piano che ilgoverno ha avviato, fatto salvo il principio ‘chi inquina paga’ è in grado di realizzare questo obiettivo.

Lo stato dell’arte:

1) finora troppe sono state le incertezze giuridiche per le imprese che volevano bonificare in funzione di una reindustrializzazione di un’area industriale compromessa.

2) in un territorio antropizzato come quello italiano, delocalizzare imprese dai luoghi già industrializzati e compromessi verso altre parti del territorio significa ricominciare da zero: attrezzarli cioè di tutto quello che serve, dalle discariche alle strade con tutti gli ostacoli e le lentezze del caso.

3) l’unica possibilità che esiste per utilizzare aree che da un alto sono ormai “perdute”, e dall’altro hanno già le infrastrutture necessarie alle attività industriali è quella di bonificarle per reindustrializzarle alzando l’asticella degli obblighi di tutela ambientale.

4) bonificare le aree compromesse significa restituire loro un grande valore economico (con naturali ricadute occupazionali).

Il piano del governo si avvale di strumenti:

1) le norme del nuovo Codice ambientale che disegnano un quadro di certezze giuridiche entro il quale gli operatori economici possono ora muoversi e fare le proprie scelte di investimento. Il Codice (decreto legislativo n°252 bis), fatto salvo il principio “chi inquina paga”, stabilisce, infatti, quanto segue: il proprietario di un’area compromessa paga solo gli oneri di bonifica a lui imputabili, ma non è tenuto a risarcire l’eventuale ulteriore multa per danno ambientale compiuto da chi lo ha preceduto. Ci pensa lo Stato a intercettare i vecchi proprietari responsabili dell’inquinamento pregresso e a rivalersi con loro, incassando in questo modo le risorse che ha speso per bonificare.

2) risorse Fas che la delibera Cipe del 21 dicembre 2007 ha attribuito a interventi di bonifica. Si tratta di complessivi 3 mld di euro di cui l’85% al Sud (oltre 2,5 mld) e il 15% al Nord (circa 450 mln). Un successivo decreto individuerà, inoltre, le aree in cui esiste una reale opportunità di reindustrializzazione. Appositi accordi di programma, siglati area per area, fisseranno i termini del ”patto’’ tra l’impresa (che si impegna ad investire e ad essere più virtuosa di quanto necessario per legge dal punto di vista ambientale) e il pubblico (che garantisce tempi certi per valutare il progetto di bonifica e tutto ciò che vi è connesso e che dà nuove certezze giuridiche al mondo imprenditoriale sulla base del nuovo Codice ambientale).

3) coinvolgimento delle popolazioni. Con il piano del governo, si dà impulso anche alla ricerca nel settore delle bonifiche con possibile ricadute in termini di competitività internazionale, visto che ad oggi le tecnologie non sono ancora né efficienti né efficaci.

Riforma Mse: Il nuovo modello abbandona l’organizzazione per direzioni generali e affida a tre Dipartimenti corrispondenti alle tre missioni-guida il compito di guidare le divisioni sottostanti in modo unitario e sinergico. Dipartimento per la competitività (articolato in 4 Direzioni generali) comprende le politiche industriali, quelle per la ricerca e l’innovazione tecnologica, gli interventi di sostegno all’apparato produttivo, i distretti industriali; le procedure per le crisi aziendali, i progetti strategici di valenza internazionale; le politiche energetiche, le politiche per le pmi e gli enti cooperativi; il Dipartimento per le politiche di sviluppo e coesione (4 Direzioni generali) che svolge funzioni in materia di programmazione e monitoraggio delle iniziative finanziate con i fondi nazionali e comunitari per le politiche regionali di sviluppo (fondi strutturali comunitari, fondi di cofinanziamento nazionale e Fas); il Dipartimento per la regolazione del mercato (4 Direzioni generali) che include la promozione della concorrenza e il rapporto con l’Antitrust, la regolamentazione dei settori economici in chiave pro-concorrenziale (anche relativamente ai residui compiti in materia di commercio, assicurazione, servizi), la tutela dei consumatori, il monitoraggio prezzi, le attività di controllo e di vigilanza del mercato (sicurezza prodotti, metrologia legale, organismi di certificazione, etc), la normazione tecnica, la tutela dei brevetti e della proprietà industriale e la gestione dei servizi interni e del personale. Il nuovo assetto ha prodotto anche risparmi di spesa pari a 1 mln di euro annui.

Riforma Ipi: L’Istituto di promozione industriale è diventato ente in house del Ministero accentuando il proprio ruolo operativo e di elaborazione in un quadro di indirizzo unitario del Dicastero di Via Veneto. La scelta, volta a rendere efficiente l’apparato burocratico nel rapporto tra pubblico e impresa, realizza anche un altro obiettivo: risparmiare risorse pubbliche. Ora, infatti, il Ministero può affidare all’Ipi le attività tecniche evitando onerose consulenze esterne e potendo contare su funzionari giovani (età media 30 anni) ed esperti in tutti gli ambiti di azione del Ministero.

Sviluppo Italia: la nuova struttura focalizza la missione della società sull’obiettivo da cui ha preso il nuovo nome: Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa. E questo grazie soprattutto alla fissazione di target annuali di risultato. Una novità! La nuova focalizzazione ha comportato anche altre scelte:

1) la liquidazione o il trasferimento alle Regioni delle società regionali di Sviluppo Italia (in cui l’Agenzia deteneva partecipazioni in quote variabili), processo già avviato che verrà completato entro giugno 2008;

2) la dismissione di 152 partecipazioni ritenute non strategiche di cui ad oggi 90 sono già state cedute o sono già state attivate le relative procedure. Entro l’anno saranno dismesse tutte le partecipazioni, tranne quelle per le quali sono in corso procedure concorsuali o esistono patti parasociali che ne impediscono la cessione prima del 31/12/2008 (nel complesso questa situazione riguarda 34 società);

3) la riorganizzazione delle 64 partecipazioni ritenute strategiche all’interno di tre società: Reti, Finanza, Progetti.

4) la riduzione a tre dei membri dei Cda non solo per ridurre i costi ma anche per rendere più efficiente la catena di comando.

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