Italia in grave ritardo sulla formazione. Penalizzate le donne e gli anziani

È un uomo fra i 26 e i 40 anni, in possesso almeno di un diploma superiore, occupato e di cittadinanza italiana. Questo è l’identikit di chi è capace di fruire delle opportunità di formazione in Italia che emerge dalla seconda rilevazione nazionale sulla partecipazione degli adulti all’apprendimento permanente presentata a Roma dall’Isfol. In pratica oggi la formazione in Italia favorisce chi è già formato e alimenta il circuito dell’esclusione sociale. Penalizzate le donne (che studiano di più, ma non riescono a partecipare alla formazione, spesso troppo coinvolte dalle cure parentali) e gli anziani. Meno del 10% degli utenti che frequentano corsi di formazione ha più di 50 anni. Sfavorito chi ha un basso titolo di studio o appartiene a fasce marginali. «Occorrono – spiega Anna D’Arcangelo, dirigente delle Politiche e offerte della formazione iniziale e permanente dell’Isfol – sistemi di formazione più capillari che rendano la formazione più vicina e fruibile per i cittadini».

Due indagini, una sull’apprendimento permanente, l’altra sulla formazione continua, per verificare come ancora sia ampia la distanza fra Italia ed Europa nella partecipazione degli adulti, occupati e non, alle iniziative di istruzione e formazione. Esaminato un campione di 8mila individui, occupati e non, tra i 15 e i 64 anni, di cui 3mila per l’indagine sulla formazione permanente che ha considerato la fascia fra i 25 e i 64 anni, per consentire le comparazioni Eurostat.

La Strategia europea per l’occupazione (Seo) persegue l’obiettivo al 2010 di portare il livello medio di occupazione della popolazione europea al 70%, dato che viaggia di pari passo con l’aumento dell’occupazione sia nei lavoratori anziani, sostenendo con la formazione una loro maggiore qualificazione, sia delle donne, eliminando disparità retributive e di carriera. L’Italia, dunque, è in forte ritardo. Secondo il rapporto 2005 della Commissione europea sui progressi realizzati rispetto agli obiettivi di Lisbona, il tasso di partecipazione italiano ad attività di lifelong learning era nel 2004 pari al 6,8%, contro una media dell’Europa a 25 del 9,9 per cento. Per raggiungere l’obiettivo del 12,5% di adulti coinvolti in percorsi di formazione occorrerebbe impegnare più di 4 milioni di adulti. Lontanissimi i risultati conseguiti in Svezia (34,7%), Regno Unito (29%) e Danimarca (27,6 per cento).

Formazione continua. Sulla formazione continua la ricerca Isfol ha evidenziato che c’è stato un miglioramento nel corso degli anni della partecipazione, ma viene confermato il forte divario rispetto ai valori medi dell’Unione europea. Cambiano le richieste. «I lavoratori – sottolinea Franco Frigo, responsabile dell’Area formazione continua dell’Isfol – chiedono formazione, ma cercano nuove conoscenze più che aggiornamento professionale». Un problema specifico riguarda gli operai delle imprese manifatturiere: figura poco presente nella formazione, dato che migliora solo nelle imprese altamente innovative e in quelle che hanno un piano per la responsabilità sociale di impresa. «Un problema da risolvere – sottolinea Frigo – con una politica per l’innovazione che favorisca la partecipazione alla formazione continua dei soggetti più deboli».

Formazione permanente. L’Unione europea sostiene l’importanza delle politiche educative e della formazione per la realizzazione di un’Europa competitiva basata sulla conoscenza, in grado di coniugare gli obiettivi di competitività economica con quelli di coesione sociale nella prospettiva del lifelong learning. L’istruzione e la formazione permanente, sottolinea il secondo rapporto Isfol sul tema, rappresentano un investimento sulle future competenze professionali e sociali degli adulti. Strategica per la competitività e volano per la valorizzazione delle potenzialità dei singoli individui nel corso della vita. Nella formazione permanente non mancano segnali di miglioramento. Un colpo d’acceleratore sul fronte della partecipazione è giunto, per esempio, dall’introduzione del diploma di laurea triennale. «Nel Paese, però, c’è ancora un circolo poco virtuoso – avverte Anna D’Arcangelo dell’Isfol – perché accedono alla formazione soprattutto cittadini già formati e qualificati. Questo incide sull’esclusione sociale nel Paese».

Nicoletta Cottone Il SOle 24 Ore

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